mercoledì 4 novembre 2009

Fuga impossibile - Recensione



Ramon Espejo è un minatore sudamericano che per sopravvivere ha accettato di trasferirsi su un nuovo pianeta per svolgere il faticoso lavoro di ricercatore minerario su direttive di alieni traslucidi. Qui Ramon svolge la sua vita dissoluta fatta di orgoglio indios, rabbia repressa e violenza palese.
Una sera sfortunata, spinto dall'abitudine nell'assecondare i propri istinti, Ramon si trova ad uccidere uno straniero e pertanto è costretto a fuggire. Coglie l'occasione per andare il più lontano possbile in una zona ancora non esplorata sperando di trovare una vena mineraria che possa farlo ricco.
Qui nella solitudine trava un po' di pace e calma ma soprattutto si rende conto da cosa non può fuggire.

Il libro è interessante e presenta una esposizione asciutta e abbastanza essenziale sebbene riesca ad essere sempre puntuale nel rappresentare paure, speranze rabbie e violenze del protagonista.
Un libro, forse anche grazie alla sua lnghezza non eccessiva, che con una freschezza gratificante tocca gli argomenti classici come l'identità, lo scopo e l'altro.
Leggibile



giovedì 22 ottobre 2009

Bastardi senza gloria - Recensione



Quentin Tarantino confeziona un film di guerra, spionaggio e vendetta utilizzando poche scene d'azione, ma intessendo una trama densa con dialoghi efficacissimi, pungenti e pieni di tensione e suspance.
La vicenda si svolge in Francia durante l'occupazione tedesca e ha vari protagonisti a causa delle classiche storie parallele che solo verso il finale si intrecciano in perfetto stile Tarantino.

I dialoghi sono curatissimi e sempre creano l'atmosfera giusta mostrandosi fondamentali per la prosecuzione del film e la conduzione delle emozioni dello spettatore verso il climax finale.
Mirabile, oltre alla bellezza di Diane Kruger, l'abilità di Christoph Waltz che interpreta il Colonnello delle SS Hans Landa con un misto di acume, crudeltà, perspicacia, ottusità, educazione e decoro stupefacientemente credibili.

Il film mostra i molti lati emergenti nell'uomo durante periodi difficili o travagliati, sottolineando a volte la crudeltà (qualche scena esplicita), altre la vendetta, altre semplicemente la voglia di agire, la vanagloria, la speranza di gioire.

Il film non è assolutamente un film storico giacché volutamente prende sentieri altri rispetto al dato reale, ma la vicenda è solo un pretesto per raccontare ( e raccontare bene ) cosa poteva succedere in situazioni analoghe con quei protagonisti.

Ciò non mi ha disturbato affatto né mi ha fatto sorgere dubbi sulle intenzioni eventualmentee politiche della produzione ma anzi rende più libero a mio avviso il regista di analizzare e raccontare senza paura di sporcare i ricordi e sentimenti altrui.
Consigliato

sabato 17 ottobre 2009

UP - Recensione



Un bambino timido, grande ammiratore dell'eroe esploratore del tempo, conosce una sua coetanea, anche lei aspirante esploratrice, molto più dimanica di lui. Da questo incontro nasce una storia d'amore. E per questo amore il nostro vecchiettino in pensione, rimasto oramai solo e messo alle strette da operatori immobiliari, cambia atteggiamento e decide di realizzare il sogno del loro matrimonio: abitare sulle favolose Cascate Paradiso.
Per questo organizza casa e utilizzando i suoi strumenti di lavoro fa volare la sua abitazione.
Ma in questo volo si intromette un bimbo aspirante giovanemarmotta-esploratore con il desiderio di aiutare una persona anziana a fare qualcosa.

Da queste premesse si sviluppa una storia dinamica piena di azione, esilarante e coinvolgente, con buoni sentimenti espressi con poesia e grazia.
Un bellissimo cartone con tormentoni e personaggi simpatici, cani parlanti mediante collari tecnologici e uccelli giganti in tecnicolor.

Una bellissima esperienza che mette giustamente in luce le conseguenze di una verità negata e l'enorme forza di un amore sincero.
Consigliatissimo


giovedì 1 ottobre 2009

District 9 - Recensione


District 9 è un film di fantascienza abbastanza originale. Gli alieni, infatti, non si palesano nelle classiche metropoli ma in Sud Africa. Il motivo per cui si manifestano sopra Johannesburg  rimane un mistero ma quello che si scopre presto è che non sono in grado di ripartire e che sono allo stremo delle forze.
La situazione viene gestita dapprima come una emergenza sanitaria-"umanitaria", successivamente col passare degli anni (venti), come se gli alieni fossero immigrati clandestini con tanto di distretto (ghetto) a loro dedicato.

In questa situazione di totale inibizione (anche per genereare dei piccoli gli alieni sono costretti ad ottenere un permesso speciale) vi è un degrado degli ospiti tanto che quasi tutti perdono il senso delle gerarchie e relazioni sociali anche tra di loro, vengono anche spregiativamente chiamati "gamberoni",  nonché attribuito loro ogni sorta di potere negativo.
Anche il fatto di avere tradizioni e gusti diversi, che ad esempio li porta a desiderare  ossessivamente il cibo per gatti, contribuisce a farli considerare delle cose da organizzare e gestire.
In tutto questo la ricerca sulla tecnologia extraterrestre ha la propria influenza.

Sicché a causa del loro aumento di numero l'agenzia deputata al controllo dei "non umani" su pressione politica decide di spostarli da quella che è diventata una baraccopoli in mano alla criminalità umana verso una nuova destinazione più controllabile.
Il protagonista umano della storia è appunto il responsabile dello sfratto di un milione e mezzo di "non umani".

La vicenda permette quindi uno scambio di ruoli anche se non totale tra i protagonisti e questo alternarsi di punti di vista crea un interessante luce nuova su problemi classici della diversità e dell'uguaglianza nonché della possibilità di quest'ultima.

Il film dapprima è girato come documentario dello sfratto dei gamberoni, quindi con telecamera a mano, durante le operazioni al distretto 9, poi però anche se il documentario prende un altro percorso e altri protagonisti rimane ugualemente con lo stesso sitle. Ciò mi ha causato una visione sofferente del film alla ricerca di un punto stabile dello schermo su cui mettere a fuoco le immagini.

Nonostante non riservi clamorosi colpi di scena è piacevole e fresco anche se in alcune inquadrature alcuni particolari risultano un po' pesanti per i delicati di stomaco.
Ovviamente non posso dire di più sulla trama ma solo che mi è moderatamente piaciuto.


domenica 13 settembre 2009

La città dei poeti - Recensione


La città dei poeti è il primo di una quedrilogia ad opera di Daniel Abraham.
L'idea da cui parte è molto originale: gli "andat" sono una sorta di dei che possono fare ogni cosa; tuttavia per riuscire a utilizzarli un un modo profiquo occorre incanalarli, cristallizzarli attraverso la poesia che è sostanza e forma al tempo stesso.
Sicché i poeti, coloro che hanno questo potere-conoscenza sono molto importanti all'nterno della società e i commerci, in ragione delle abilità degli andat, cosi si trovano concentrati in poche città.

Quasi tutta la storia si muove nei bassifondi, per ora, di una delle principali città commerciali e i protagonisti sembrano persone abbastanza comuni con proprie aspirazione e desideri comuni, ma è proprio questa normalità su uno sfondo così "mistico" in cui si può essere a contatto con gli dei, che a loro volta non sono inarrivabili, che dà sale e sapore alla storia.
Per la verità la storia non è l'emblema del nuovo e del mai visto, ma è molto piacevole e permette di seguirla con gusto anche laddove è prevedibile; ma il fatto di sapere che dopo la pietanza che si sta mangiando ci sia il dolce non toglie il piacere né alla prima né al secondo.

Il libro è piacevole e in alcuni tratti molto intrigante, speriamo nel proseguio.
Cautamente consigliato.


DICONO : "GRANDE FRATELLO? SOGNARE FA SEMPRE BENE"

Non sono mai stato fan dei Reality Show. Il semplice fatto che la "realtà" di questi show, per essere rappresentata, necessiti di macchine da presa all'interno dell' "habitat naturale" del soggetto sotto osservaazione mi fa sorgere dubbi sulla loro autenticità (quantomeno dell'accezione di reality-show), sia per quanto riguarda la realtà in sé (ho forti dubbi circa la sincera spontaneità dei soggetti) sia perché, ammesso che i protagonisti di questi show siano davvero spontanei, si trovano in situazioni non certo spontaee o quotidiane. Ergo o per "sofisticazione" o per alterazione (simile a quanto abbiamo appreso sugli effetti della mera osservazione in ambito scientifico) nulla di ciò che vediamo è davvero vero!

Purtroppo però pervengo a questa conclusione, oltre al ragionamento semplicemente logico (a mio avviso) appena espresso, anche attraverso altri due argomenti  (chiamiamoli ragionamenti razionali - esperenziali).
Per ammissione di chi per professione fa televisione, forse anche con professinalità, il successo dei reality si costruisce con la bravura degli autori a trovare il cast. Per cast ovviamente si intende i partecipanti. Ciò, semprea detta di costoro, sancisce la differenza tra un reality bello (sopprassediamo) e uno no (brutto).
Io taduco (o forse interpreto) la frase e capisco invece quanto segue: un reality non funziona senza i personaggi "giusti" e situazioni pungolanti (alias inverosimili).
Ma dalla frase precedente appena commetata si evince purtroppo ( ! ) anche il contrario: cioè che un reality funziona esclusivamente con personaggi "giusti" e situazioni pungolanti.
Quindi persone normali, consuete, quotidiane non interessano? No, non interessano, troppo reale. Quindi viene cercato altro.
Poi si dice che al pubblico piaciono i valori in cui riconoscersi e le storie vere di sentimenti. Ma secondo me in questo caso si maschera la realtà e si tende a far confondere il senso puro delle parole.
Infatti storie vere di sentimenti è molto diverso da storie di veri sentimenti!!
Così non si è detta una falsità ma si è stati almeno poco chiari.
In aggiunta: la parola "vere" riferita a storie è usata in una accezione proprio particolare: non si può negare che quanto accade nei reality... accada, ma quanto alla autenticità di tali storie e avvenimenti valgono le considerazioni fatte all'inizio. Tutto artato, ricostruito, simulato, indotto.
Come anche i personggi e le situazioni.
Indotti come i sogni, speranze, "lotte", ecc.

Sicché vediamo gente sconvolta dalla prospettiva di abbandonare (per rientrare a casa propria) la stanza del grande fratello o il tugurio
di qualche altro show.

Sentimenti indotti, finti: non nel senso che i protagonisti sicuramente li simulino, ma nel senso che il tutto crea situazioni non autentiche che purtuttavia inducono sentimenti veri (nell'accezione di pocanzi), ma non altriementi suscitabili. Quindi emozioni e sentimenti che esistono proprio solo ed esclusivamente perché esite il reality.

Il che mi fa pensare che, proprio per questo, ancora una volta, il reality non può essere reality. Eccezione è il caso in cui il protagonista sia inconsapevole (The Truman show) ma questa eventualità susciterebbe altri tipi di problemi.

Ma continuando mi occorre subito un'altra evidenza.

Si dice: "Questi spettacoli interpretano un sogno" e "Sognare fa sempre bene".
Mi stupisco di queste affermazioni!
Non tanto per l'affermzione in sé quanto per il fatto che nessuno la contesta. Tale affermazione proprio alla luce di quanto affermato sopra è la dimostrazione di come i reality non siano autentici poiché in questi programmi (e mai tale affermazione è più calzante) tutto è posticcio anche i sogni che inducono.
Nessuno sogna di davvero di essere rinchuso in una casa senza poter uscire per 3 mesi. tuttalpiù sognano il premio : soldi e/o fama.
Posticce sia le aspirazioni indotte in chi vi partecipa ma anche indotte sinceramente (senza ipocrisia e quindi più penentrati ed efficaci) da chi vi partecipa in chi assiste.
Infatti il bugiardo più efficace è quello inconsapevole di dire menzogne!
Ed io trovo poco sinceri questi sogni. Invece li trovo (credo e spero) indotti.
Una semplificazione della realtà riprodotta per essere ad uso e consumo della televisione "di massa e generalista" porta anche ad una semplificazine e banalizzazione oltre che della realtà stessa anche degli stessi stimoli e sogni delle persone.
Delle due l'una:
o in questi show è tutto finto e pertanto i reality spingono davvero ad abbassare i propri sogni e le proprie prospettive nonché le proprie aspettative programmando a tale fine le trasmissioni e formando conseguentemente anche i gusti e la visione degli spettatori, oppure davvero la gente che riesce ad andare nelle produzioni dei reality show ha soltanto nel proprio futuro l'idea per occupare solo un quarto d'ora.
Se iniziamo a delegare anche i nostri sogni, le prospettive saranno davvero esclusivamente senza scopo.

cfr: http://cs-comunicatistampa.blogspot.com/2009/04/mediaset-piersilvio-berlusconi-sul.html

lunedì 10 agosto 2009

Il Gioco dell'Angelo - Recensione



Una Barcelona gotica e misteriosa, il fascino dei libri e la storia di uno scrittore maledetto,
una scrittura godibile e dal fascino ben noto ai lettori che hanno imparato ad amarla ne L'Ombra del Vento.

Questi, in sintesi, i pregi del romanzo di Carlos Ruiz Zafon, che,
quasi come si legge sui foglietti illustrativi dei medicinali, ha una posologia ben precisa:
va letto tutto d'un fiato!

E questo risulta facile per le prime 400 pagine: la trama si si sviluppa pian piano e il pathos cresce man mano che si procede. Velocemente, invece, si impara ad amare il protagonista David, la libreria di Sempere che già aveva vividamente popolato le pagine de L'Ombra del Vento, le Ramblas e il barrio Montjuic. Si spera, con David, che i suoi sogni si avverino, si sospetta, si corre, si cambia, ci si innamora, si soffre e si indaga.

Poi, all'improvviso, la storia si arrotola su se stessa.
Non una spiegazione razionale per la piega che prendono gli eventi, non un motivo plausibile per
spiegare cio' che accade e perche' accade.. che dire? Leggete ma fermatevi a pag xxx? Non leggete? Leggete e accontentatevi del finale? Oppure riscrivete il vostro cercando di trattenere il fiato come durante la prima parte del romanzo? , nostro parere, va letto e assaporato e poi, una volta arrivati alla fine, reinventato, à la façon de Ruiz Zafon prima maniera. Buona lettura!

mercoledì 5 agosto 2009

Educazione siberiana - Recensione


Nicolai Lilin di origine sberiana nasce e cresce in Transnistria regione moldava nella quale la sua famiglia venne deportata negli anni '30,
Qui si svolge la sua infanzia e gli insegnamenti per diventare un "cirminale onesto".
Il contesto in cui si inserisce tale educazione è palesemente e vividamente diverso da quello consono e consueto a noi, o almeno a me. Tanto che leggere come l'autore è diventato un "criminale onesto" conforme alla tradizione siberiana da lui citata trasmette la medesima sensazione che i prova da ragazzi a leggere Salgari.
Tuattavia, adentrandosi nella lettura, emerge cruentemente la realtà del racconto e l'ossimoro cui sono instradati a vivere. Emerge come nonostante la razionalità di certe tradizioni o comportamenti la violenza sia accettata e ripudiata allo stesso tempo.

Faccio fatica a condividere, e ovviamente non sono tenuto a farlo, certi comportamenti e certi punti di vista, ma è sicuramente illuminante vedere come vengono vissute la legge, le tradizioni, le responsabilità, ecc. da una cultura che si discosta molto dalla mia.

L'autore che ora vive in Italia scrive direttamente in italiano sicchè nel testo ci sono molte "impurità" linguistiche di cui però non mi lamenterò grazie comunque alla freschezza del racconto, alla lealtà della narrazione e alla semplicità con cui vengono afferte a l lettore.

Un libro affascinante che mi ha permesso di vedere uno scorcio di una vita aliena a quanto considero normale, un libro che cattura e aiuta a riflettere sulle diversità e sul significato delle tradizioni.

Convintamente consigliato

martedì 7 luglio 2009

Transformer 2 - Recensione


La mia infanzia non è stata costellata di robot in crisi di identità, tuttavia il giocattolone cinematografico era un appuntamento che non volevo perdere, un po' anche per verificare le capacità recitative della protagonista femminile, un po' ver vedere se gli sceneggiatori riuscivano a costruire qualcosa di decoroso che superasse gli stereotipi propri di una puntata del cartone animato.

Anche stavolta sono un po' stato deluso.
Il film è un semplice "scappa-fugginasconditi-e salva il mondo nonostante tutte le difficoltà". Gli effetti speciali sono davvero notevoli e rendono bene le diversità tra uomini e macchine...
Ma la pochezza dei dialoghi e dei personaggi, alcuni dei quali sembrano essere davvero superflui e inutili, nonché troppe trovate senza spiegazione logica alcuna  hanno indotto a compiacermi del fatto che la mia memoria è scevra da ogni elemento proprio dei Transformer.

Unici motivi per vedere il film sono visivi, tra cui si annoverano gli effetti speciali.

Solo per puri appassionati disposti a sorvolare  sulla ( ignorare la ) trama.






domenica 17 maggio 2009

Angeli e demoni - recensione



A causa di tutte le polemiche emerse a seguito del libro e del film sul codice da vinci. Avevo deciso di non procedere alla sua visione...
Malauguratamente ho pensato che i tempi fossero maturi per la visione di questo altro lavoro di Dan Brown.

Francamente sono rimasto molto deluso sotto vari punti di vista.
In merito alla recitazione dei protagonisti, in ragione del fatto che è sostanzialmente un thriller d'azione, nulla si può dire circa la profondità degli attori nel senso che nel film non vi è spazio per una introspezione dei personaggi, di Tom Hanks come di tutti gli altri.
Il film tiene molto alta la tensione e il ritmo ma non la suspense. Spesso la trama è prevedibile e scontata, come tutti gli indizi che portano ad un sospettato.
Poi circa la credibilità della vicenda, pur accettando la sospensione dell'incredulità in merito alle sette degli Illuminati e ai testi nascosti, sembra che i protagonisti abbiano davvero il teletrasporto e riescano a spostarsi per la città eterna in un batter d'occhio. Ciò è riscontrabile sia dallo spettatore che conosce Roma sia da quello che non la conosce ma che è attento alla vicenda raccontata nel film e alle informazioni da esso fornite.
Forse il tipo di film, prodotto a mio avviso esclusivamente per esigenze di cassetta, non aveva neanche la pretesa di essere credibile ( suggerisco a seguito dello stesso testo da cui è tratto ) ma in ogni caso considero inaccettabile una dose così massiccia di superficialità da una megaproduzione di Hollywood.
Ci sono altri errori di questo tipo e secondo me anche un percorso psicologico del "cattivo" assolutamente forzato che fa scemare ogni residuo dubbio sul film.
A seguito dell'ingaggio ottenuto dal regista Ron Howard e da Tom Hanks forse dopo questo film andranno beatamente in pensione... Per evitare che due bravi artisti abbandonino l'attività troppo presto a causa di quel senso di sazietà che gli incassi di questo film possono portare loro..., evitate di andar a guardare questo film.