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domenica 13 settembre 2009

DICONO : "GRANDE FRATELLO? SOGNARE FA SEMPRE BENE"

Non sono mai stato fan dei Reality Show. Il semplice fatto che la "realtà" di questi show, per essere rappresentata, necessiti di macchine da presa all'interno dell' "habitat naturale" del soggetto sotto osservaazione mi fa sorgere dubbi sulla loro autenticità (quantomeno dell'accezione di reality-show), sia per quanto riguarda la realtà in sé (ho forti dubbi circa la sincera spontaneità dei soggetti) sia perché, ammesso che i protagonisti di questi show siano davvero spontanei, si trovano in situazioni non certo spontaee o quotidiane. Ergo o per "sofisticazione" o per alterazione (simile a quanto abbiamo appreso sugli effetti della mera osservazione in ambito scientifico) nulla di ciò che vediamo è davvero vero!

Purtroppo però pervengo a questa conclusione, oltre al ragionamento semplicemente logico (a mio avviso) appena espresso, anche attraverso altri due argomenti  (chiamiamoli ragionamenti razionali - esperenziali).
Per ammissione di chi per professione fa televisione, forse anche con professinalità, il successo dei reality si costruisce con la bravura degli autori a trovare il cast. Per cast ovviamente si intende i partecipanti. Ciò, semprea detta di costoro, sancisce la differenza tra un reality bello (sopprassediamo) e uno no (brutto).
Io taduco (o forse interpreto) la frase e capisco invece quanto segue: un reality non funziona senza i personaggi "giusti" e situazioni pungolanti (alias inverosimili).
Ma dalla frase precedente appena commetata si evince purtroppo ( ! ) anche il contrario: cioè che un reality funziona esclusivamente con personaggi "giusti" e situazioni pungolanti.
Quindi persone normali, consuete, quotidiane non interessano? No, non interessano, troppo reale. Quindi viene cercato altro.
Poi si dice che al pubblico piaciono i valori in cui riconoscersi e le storie vere di sentimenti. Ma secondo me in questo caso si maschera la realtà e si tende a far confondere il senso puro delle parole.
Infatti storie vere di sentimenti è molto diverso da storie di veri sentimenti!!
Così non si è detta una falsità ma si è stati almeno poco chiari.
In aggiunta: la parola "vere" riferita a storie è usata in una accezione proprio particolare: non si può negare che quanto accade nei reality... accada, ma quanto alla autenticità di tali storie e avvenimenti valgono le considerazioni fatte all'inizio. Tutto artato, ricostruito, simulato, indotto.
Come anche i personggi e le situazioni.
Indotti come i sogni, speranze, "lotte", ecc.

Sicché vediamo gente sconvolta dalla prospettiva di abbandonare (per rientrare a casa propria) la stanza del grande fratello o il tugurio
di qualche altro show.

Sentimenti indotti, finti: non nel senso che i protagonisti sicuramente li simulino, ma nel senso che il tutto crea situazioni non autentiche che purtuttavia inducono sentimenti veri (nell'accezione di pocanzi), ma non altriementi suscitabili. Quindi emozioni e sentimenti che esistono proprio solo ed esclusivamente perché esite il reality.

Il che mi fa pensare che, proprio per questo, ancora una volta, il reality non può essere reality. Eccezione è il caso in cui il protagonista sia inconsapevole (The Truman show) ma questa eventualità susciterebbe altri tipi di problemi.

Ma continuando mi occorre subito un'altra evidenza.

Si dice: "Questi spettacoli interpretano un sogno" e "Sognare fa sempre bene".
Mi stupisco di queste affermazioni!
Non tanto per l'affermzione in sé quanto per il fatto che nessuno la contesta. Tale affermazione proprio alla luce di quanto affermato sopra è la dimostrazione di come i reality non siano autentici poiché in questi programmi (e mai tale affermazione è più calzante) tutto è posticcio anche i sogni che inducono.
Nessuno sogna di davvero di essere rinchuso in una casa senza poter uscire per 3 mesi. tuttalpiù sognano il premio : soldi e/o fama.
Posticce sia le aspirazioni indotte in chi vi partecipa ma anche indotte sinceramente (senza ipocrisia e quindi più penentrati ed efficaci) da chi vi partecipa in chi assiste.
Infatti il bugiardo più efficace è quello inconsapevole di dire menzogne!
Ed io trovo poco sinceri questi sogni. Invece li trovo (credo e spero) indotti.
Una semplificazione della realtà riprodotta per essere ad uso e consumo della televisione "di massa e generalista" porta anche ad una semplificazine e banalizzazione oltre che della realtà stessa anche degli stessi stimoli e sogni delle persone.
Delle due l'una:
o in questi show è tutto finto e pertanto i reality spingono davvero ad abbassare i propri sogni e le proprie prospettive nonché le proprie aspettative programmando a tale fine le trasmissioni e formando conseguentemente anche i gusti e la visione degli spettatori, oppure davvero la gente che riesce ad andare nelle produzioni dei reality show ha soltanto nel proprio futuro l'idea per occupare solo un quarto d'ora.
Se iniziamo a delegare anche i nostri sogni, le prospettive saranno davvero esclusivamente senza scopo.

cfr: http://cs-comunicatistampa.blogspot.com/2009/04/mediaset-piersilvio-berlusconi-sul.html

mercoledì 5 novembre 2008

Faccialibro

Parodia di Facebook :)




venerdì 31 ottobre 2008

Serata fantastica

Purtroppo il cattivo gusto riesce sempre a trovare uno spiraglo e a farsi strada. Tristemente questo spiragliosi allarga e diventa ben di più di una leggera contaminazione.
Forse i miei pensieri saranno simili al dito del bambino che tappa una falla nella diga, ma non credo di esssere, nè essere stato così acuto da accorgermi della prima breccia ....
In poche parole la mia esternazione è dettata più che dalla consapevolezza di aiutare chicchessia dalla necessità di restare i a galla nonostante la marea che avanza...

Carlo Magno assimilò per primo (sembra) la festa pagana diHallowen a quella ben diversa della celebrazione dei nostri cari e della comunione dei Santi. Aveva cercato di cristianizzare usanze.
Quello ceh era stato fatto uscire dalla porta rientra prepotentemente dalla finestra.

Ma, voglio sottolineare, queste parole non sono tanto causate da una massiccia scristianizzazione (a mio avviso già in sé triste), ma anche a minor ragione, se mi si permette questa licenza, da una tendenza a mio avviso sempre più chiara: rimuovere dai discorsi, dai pensieri, dalle usanze, dalle tradizioni, dalle pratiche e dagli incontri la possibilità di affrontare il discorso morte, discorso ovviamente connotato di tristezza, malinconia e dolore ma indispensabile a reggere il peso della vita e degli accadimenti che ci costringerebbero a porci domande.

S.Donaldson afferma che una buona risposta può scaturire esclusivamente da una buona domanda.

La mia preoccupazione e il mio avvilimento è proprio questo: mi sembra che tutte le occasioni utili a porsi domande buone e serie siano "corrotte".
Infatti la sottolineatura delle feste dei morti e dei Santi che bene si attaglierebbe a quanto dicevo prima è spostata sull'orrore, sull'inquietante, sull'irrazionale che presupponeuna supina accettazione inconsapevole.

Per cui non posso che dire : Dove sono le buone domande??

lunedì 19 maggio 2008

Arte?

Talvolta ci si trova difronte a opere che vengono definite artistiche, di gran pregio, o mirabili, ecc.
Purtroppo però io in certe occasioni vedo soltanto ruote di biciclette dentro muri sospesi o secchiate di colore su stoffe improbabili, ecc.
Ma solo raramente percepisco qualche emozione o significato che dall'opera riesce a colpirmi, a toccarmi o almeno a sfiorarmi.
Mi avevano detto che l'arte è un linguaggio universale un po' come la musica che tutti accoglie, raccoglie e distoglie dalle brutture intorno oppure le veicola rendendole più efficaci e più vere e presenti in ragione dell'intento del compositore, almeno negli strati più superficiali.
Ora, quindi, devo arrendermi all'evidenza, e sembra possibile solo una soluzione: o l'ARTE non è universale oppure non ho gli strumenti culturali per comprenderla.
Sicché nella prima ipotesi siamo di fronte ad un mondo in cui non esiste l'ARTE ma un'infinità di modi diversi di dire "cose" che a questo punto risultano intrinsecamente meno interessanti e coinvolgenti proprio perché non universali; oppure nella seconda ipotesi siamo di fronte ad un'ARTE che necessita di una precisa preparazione culturale conforme (necessariamente) a quella del creatore: il risultato quindi è la comprensione dell'opera solo se il fruitore è culturalmente compatibile o comprende l'autore.
Allora il mondo è davvero più brutto!

MA forse invece siamo soltanto preda delle mode tanto vestiarie quanto artistiche! Per cui è plausibile che l'ARTE esista ancora e sia ancora universale, solo che (al fine di monetizzarla) conviene incanalarla sulle strade (forse becere) della moda e del costume.

Potrebbe sembrare che allora questo manifesti ancora un vota come l'arte non sia davvero universale, tuttavia una cosa è dimenticare la bellezza (esistente) una cosa è attribuirla (non esistente) ad accrocchi più o meno elaborati.

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lunedì 28 aprile 2008

Intenti

E' fastidioso incontrare connazionali che all'estero perseguono l'unico scopo, forse enigmisticamente ma non enigmaticamente, di cambiare in prima persona accento durante il
loro soggiorno.

venerdì 18 aprile 2008

Scoprirsi

Noi Italiani, diciamolo, abbiamo i polmoni e la bocca piena, per altro a ragione, di orgoglio e prosopopea dei vanti del suolo e del popolo natio.

Possiamo dire senza ombra di essere smentiti che discendiamo da un popolo che grande fra i grandi ha conosciuto (in tutti i sensi) e dominato praticamente su quanto era possibile dominare.
Tuttavia dopo tanta magnificenza, capacità di rendere proprio o di rielaborare patrimoni culturali altrui, capacità di assoggettare monti, valli, acque, fuoco, sapienza nel piegare il caos con arguzie, ragionamenti, drittura e audacia, tuttavia si diceva, anche per loro è venuto il momento in cui la storia (che fino a quel momento avevano guidato) ha cambiato regia.
Ma i loro eredi hanno creato i comuni, le prime università, per non parlare del Rinascimento, che forse con un po' di immodesta possiamo definire l'Arte.

Sicché, per noi che viviamo in Italia, oggi sembra banale tutto questo, passeggiare per piazze che sono state concepite da architetti mirabili, o adattate da geni assoluti, osservare decorazioni di una precisione e senso artistico micidiali, godere dell'armonia e del gusto dei nostri centri storici.

Per altri riuscire ad ottenere gusti simili a quelli cui non siamo (o dovremmo essere) avvezzi e che la storia distilla è frutto di faticosi anni di studio e applicazioni.

Inoltre questo 'spirito guerrier ch'entro CI rugge' si è palesato in altri modi, non solo nel dominare, gestire, apprendere e plasmare quanto i sensi offrivano, ma proprio nell'anelito di conoscere quanto invece ci era precluso. Non per niente eravamo un popolo di navigatori ecc...

Ora, con queste un po' grossolane e indulgenti premesse, paremi che molto di ciò che caratterizzava i nostri avi sia venuto meno. Il Marco Polo della situazione, punto di riferimento ed esempio di viaggiatori e amanti dell'incontro con altre civiltà, è diventato Palo fisso nella volontà di non allontanarsi da terreni battuti (fisici e non) per ridurli a comprensibili e dominabili.

Mi sembra che oramai il viaggio, soprattutto fisico, resti sempre più strumento di fuga o ristoro (per altro quest'ultimo certamente non biasimevole) e non scelta di apprendimento.

Il viaggio (o l'approfondimento) come categoria dell'Uomo si è perso; è diventato, invece, categoria della fruizione, del divertimento, manifestazione dell'immobilismo.
Ciò che arricchiva dentro, ora impoverisce non solo fuori.
L'anelito, la scintilla verso il di più inteso come meglio ora è diventato miseramente appetito verso il più nel senso di maggiore.

Talvolta i viaggi o i progetti delle persone sembrano avere l'unico scopo di far restare a casa la parte nobile dell'uomo.

Pertanto, un po' Cassandra, un po' Brancaleone, un po' Rustichello da Pisa spingo al meglio per incentivare, per invogliare, per spronare (anaforicamente e non metaforicamente) a mantenere caratteristiche che geneticamente ci appartengono, me e i miei lettori.

Quindi spero di aver mostrato (sicuramente in modo approssimativo ed indegno), come anche un viaggio attraverso un foglio bianco, uno schermo vibrante e vuoto, una sera silenziosa, ma ticchettante di pioggia, possano manifestare audacia, arguzia e ragionamenti, intesi come percorso nell'ignoto, scoperta autentica e appropriato ristoro.

Ad majora!


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mercoledì 16 aprile 2008

Pulizia

Inizio a credere che la mia città non sia così pulita come credo.
Inizio a credere, invece, che i cittadini riescano a sprecare grandissime quantità di cibo per le strade.
Si solo per le strade.
Forse a causa del fatto che non mi è mai stato necessario cercare questi rifiuti, non ha mai prestato l'eventuale adeguata attenzione a questo tipo di problemi.
Pertanto evidentemente la mia città è una bengodi di cibo e trastulli per animali.

Ma a dire tutta la verità quanto ho affermato è solo una deduzione.
Purtroppo bruciante e un po' caustica sebbene in prima facie avvalorata dai fenomeni suddetti.

Infatti oggi ho incontrato per la città una quantità di sfaccendati, e purtroppo maleodoranti (non metaforicamente), maleducati (nella migliore delle ipotesi), volgari, cafoni che bighellonavano in cerca di meta.

Le attività cui ho assistito messe in atto da ragazzini sui vent'anni, e ansiosamente tutte questa sera, andavano dal tampinare e proporre buffonescamente avances a signore che potevano essere loro nonne, sputare reciprocamente sui tranci di pizza che avevano in mano, non permettere di parcheggiare ad un paio di ragazze che tornavano a casa dopo essere state in azienda, rompere bottiglie di birra e mettere i vetri sotto le ruote di macchine parcheggiate.

Il tutto da gruppi diversi di ragazzi.

MI spiace proprio che non ci siano più tanti zoo, le gabbie hanno il loro perché.


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giovedì 15 novembre 2007

Cronos e Narciso

Prima o poi farò un post su questo argomento...

Intanto vi ho anticipato il titolo.


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giovedì 20 settembre 2007

Racconta tu

Ogni volta che, con animo sereno, si frequentano luoghi in cui si è a contatto con la sofferenza non si può far a meno di notare come fragile sia l'uomo. Sembra una profonda e al contempo banale considerazione, però mi pare opportuno farla ugualmente.

Mi riferisco soprattutto all'atteggiamento che spontaneo emerge tra occasionali vicini in quelle sale d'aspetto.

Ciascuno ha una storia mirabile, incredibile, ma soprattutto personale (o quasi) da raccontare: deve essere raccontata ai presenti affinché possano rimanere ammirati della fortuna dell'oratore o indignati dall'imperizia del medico sciagurato.
Tuttavia, è opportuno non essere i primi ad iniziare questa tenzone silenziosa. Infatti si assiste a brevi dialoghi di studio accorto e prudente per sondate gli uditori: frasi tipo da quanto tempo è ricoverato, o sotto cura, oggi cercano di dimettere presto, però... Oramai la tecnologia che hanno fa vedere tutto tuttavia...
A me è capitato di sentire questo dialogo:
"Si figuri che qui al pronto soccorso non si sono accorti che mi ero rotta 9 costole! Solo il giorno dopo al pronto soccorso di xx si sono accorti!"
"E a me che per sei mesi di esami non si sono accorti di un calcolo. Pensi che si vedeva soltanto se mi facevano la radiografia da disteso perché da impiedi si nascondeva sotto qualcosa!"
Io volevo dire: "Pensate che proprio oggi non si sono accorti che ero già morto!".

Ma forse ho fatto bene a tacere.

lunedì 17 settembre 2007

Parole chiare

Una parola che si sente dire non solo dalla gente "comune", ma purtroppo anche dai giornalisti, è inquietante.
Oramai la povertà di linguaggio e di vocabolario di chi per mestiere (non per maestria) lavora con le parole è imbarazzante... ops inquietante.
Forse per utilizzare forme verbali riconoscibili (alias che non riescano ad accendere il cervello di chi le ascolta), forse per un abuso di slogan o di frasi fatte (alias parole che non possano accendere il cervello di chi le ascolta) o forse per una male appresa arte della retorica, il vocabolario della lingua italiana è vilipeso ed offeso da una povertà figlia della pigrizia e dell'ignoranza.

Un esempio di retorica male applicata, e una figuraccia cui si poteva ovviare semplicemente capendo le parole usate, è un recente servizio televisivo che ho ascoltato.
Il discorso era incentrato sull'anniversario della morte della giornalista Oriana Fallaci.
Non credo servano parole di presentazione in merito.
Però l'autore del servizio televisivo la descrive come una testimone del nostro tempo.

Ora mi sembra proprio una frase opinabile o più precisamente sbagliata.

Non si può certo descrivere Oriana Fallaci come una impassibile macchina da presa, come una persona che semplicemente osserva e ricorda passivamente quanto le capitava di vedere e ciò a cui assisteva.
A mio avviso (di serie B), più che testimone è stata una protagonista del nostro tempo, con idee, scritti, libri, opinioni chare e sempre espressi in maniera incisiva e capace.
Quindi, per lei, testimone è, retoricamente, parzialmente riduttivo.

venerdì 14 settembre 2007

Turista perfetto

Ho avuto la fortuna di poter viaggiare. Sono andato in terre lontane per motivi pieni di gioia.
Come me, in giro per le strade della mia magnifica meta cittadina del 1700, vi erano altri turisti.
Sembravano super organizzati, seguivano diligentemente, come avrei fatto anch'io, la guida nei musei, nei locali, nei distributori di souvenirs.
Salivano, pecore mansuete, su tutti i pullman, carrozze o traghetti fosse previsto dal programma, riuscendo ad ottimizzare il numero di musei, palazzi, chiese o quant'altro visitati.

Tuttavia se il turista è l'ultimo residuo dell'uomo viaggiatore ed esploratore di un tempo, che incontrava nuovi popoli, che era mosso dalla curiosità, mi chiedo se quest'ultimo non sia davvero estinto.
Più che dalla curiosità mi sembrava che la pacifica orda fosse guidata da quello spirito adolescente che spronava, durante la collezione di figurine, gli accaniti a sfogliare le doppie di amici o rivali e sciorinare la famigerata litania dei célo célo manca manca.

Spero pertanto di riuscire a cogliere in me questi sintomi, quando cioé avere la foto è più importante di sapere cosa sto fotografando, o capire cosa spinse l'autore a realizzare quell'opera è più importante di dire "ci sono stato".
Spero di avere sempre la curiosità di capire.
Quanto poi ad incontrare un popolo diverso dal mio,... bhé spero di aver la pazienza e il buon gusto di incontrare le persone.

La foto si riferisce ad un affresco di una villa poco conosciuta e ancor meno frequentata da turisti: célo!! Io ci sono stato :)

venerdì 3 agosto 2007

Novelli 'Odisseo' parte V

Sorpassata la forca caudina del PIC ed il susseguente attendere, nuove mirabili incombenze spettano ai Candidati.
  • Atto nono della novella Odissea:
Si attende. Le fila si ingrossano mentre i PIC si svuotano. Bene ad un cenno dei pastori la mandria si muove.
Ci fanno salire delle scale e usciamo di nuovo al sole. Nuovo padiglione e un nuovo "prato" in cui più o meno la mandria si disperde. Però, in concomitanza vengono distribuite una penna e una busta con all'interno il prestamapato delle risposte da crocettare senza (ovviamente) domande.
I più audaci sbirciando dentro la busta capiscono il numero di domande che avrà la prova.
e Il tutto mentre si ridiscendono altre scale.
E' proprio vero che i giovani di oggi sono più svegli di quelli di una volta.
  • Atto decimo della novella Odissea:
Non tutti sono così ottimisti. Solo qualcuno audace, capace invero di sbirciare il prestamapato avrebbe avuto l'ardire, il coraggio e la positività necessaria per immaginare ciò.
I nostri pastori (le hostes di questo posto sperduto chiamato fiera) ci portano ora in un nuovo prato, un nuovo angar da esplorare... e in cui attendere nuovamente.
  • Atto undecimo della novella Odissea:
Gioia della gioia ci portano in un ennesimo altro prato. Questa volta però è cosparso di sedie e tavoli...
Finalmente, è l'angar dove si svolgerà la prova.
Seduti, aspettiamo che tutto il nostro branco arrivi... e aspettiamo per una buona quarantina di minuti in cui con ondate costanti i banchi si riempivano.

Il resto è concentrazione e cronometro: meno di 40 secondi a domanda.
Il tutto nella speranza che (avendo pascolato per tutti quei prati) il compito, per il bene del concorso, non sia una conseguenza fisiologica.

martedì 31 luglio 2007

Novelli 'Odisseo' parte IV

Orbene, il viaggio alla ricerca del periplo della Speranza prosegue.
  • Atto sesto della novella Odissea:
Cercando di gestire la pazienza per inopportuni "domandatori" o mantenendo le distanze dai "motori", si cerca di capire come gli organizzatori di questo viaggio vacanza (per la verità poco spensierato) hanno organizzato il tutto.
I candidati, già divisi in scaglioni di orario, vengono ulteriormente suddivisi, sempre con criterio alfabetico, per agevolare le operazioni di identificazione. Ciò affinchè ai vari banchi non si affollino 26mila (e dico ventiseimila in senso letterale) forsennati e ansiosi candidati che agitano in aria la propria carta di identità.
Ebbene gli organizzatori hanno inventato il PIC alias la Postazione di Identificazione Candidato in corrispondenza della quale possono presentarsi solo i soggetti alfabeticamente segnalati.
In breve tempo riesco a vedere quale è il mio. Già la prima soddisfazione. Ciò rincuora circa la possibilità di svolgere un concorso fatto bene.
Nonostante la palese e totale inutilità del PIC ai fini di una buona prova o di una postazione ipoteticamente più vantaggiosa, spesso tra i candidati che ovviamente non si conoscono, avviene inspiegabilmente la seguente conversazione "Tu che PIC hai?" ... "Ah, io invece ho il numero x peccato".
Cui prodest?
  • Atto settimo della novella Odissea:
All'orario stabilito, tramite un altoparlante muto (una rarità tecnologica), viene comunicato che inizieranno le operazioni al fini di indirizzare i candidati.
E le operazioni iniziano al di là della portacarraia in fondo all'angar a sinistra.
I Candidati che mentre occupavano l'angar citato sembravano quasi speranze cui mancavano solo le ali, vengono trasformati in un attimo in una mandria di nervosi bovini.
Così, appena la porta carraia si solleva ha inizio la transumanza.
Nonostante che la porta sia larga almeno 5 metri, non è mai sembrata così inadeguata a far passare la mandria di sbuffanti candidati.
  • Atto ottavo della novella Odissea:
La Postazione di Individuazione del Candidato.
Cerchi il banco con numero PIC corrispondente al tuo. Ti rechi colà. Fornisci il tuo documento di identificazione.
Ti danno una busta, cartoncino identificativo da loro firmato, firmi anche tu, ti restituiscono documento di identità o equipollente da te precedentemente fornito...
E ben venuti in sala di aspetto.

sabato 28 luglio 2007

Novelli 'Odisseo' parte III

Già sommariamente ho dato conto delle tipologie di persone presenti. Approfondiamo quanto salta agli occhi. Ogni studente universitario ha avuto modo di osservare questi comportamenti ad ogni esame, più qualche altro non ancora annoverato.
  1. I ripassatori. Candidati che forsennatamente sfogliano le consunte (solitamente sottolineate con vari colori) fotocopie delle domande che potrebbero essere sottoposte alla prova o del libro che meglio dovrebbe preparare in base a quanto affermato dal loro amico, conoscente, parente o amico di un conoscente o parente, ma comunque genio della materia.
  2. I domandatori. Canditati che adrenalinicamente riescono a produrre una quantità incredibile di casi limite ai quali sembra che nessuno riesca a dare una risposta decorosa che ottemperi al principio x o alla direttiva y...
  3. I mimi. Candidati che stanno immobili, talvolta fumando con calma, quasi sottoposti a terapia a base di chetamina. Sguardo perso, mascella serrata e movimenti lenti.
  4. I sottotono. Candidati che sotto il peso della responsabilità non riescono ad avere una energia vitale adeguata alla situazione e si trascinano da una parte all'altra cercando di capire informazioni che involontariemante si ostinano a non sentire.
  5. I comitati. Candidati che attratti gli uni verso gli altri da spirito 'solidaristico' si riuniscono a parlare di argomenti di esame che hanno trovato difficili o più ostici, senza decenza e sincerità alcuna.
  6. I motori. Candidati che nervosissimi sfogliano i libri o gli appunti, oppure fumano con accanimento, oppure ancora parlano come avessero velocità doppia.
Altri ve ne sono, ma meno rilevanti. Ora torniamo alle stazioni della via crucis (o più aulicamente e classicamente) odissea del candidato che preferisco: me.

Novelli 'Odisseo' parte II

Il vento dell'odierno Eolo (alias la Pubblica Amministrazione bisognosa che ha indetto il nostro concorso), per mezzo del suo moderno Mercurio (la Gazzetta Ufficiale) invita i candidati a trovarsi a Roma.
Pertanto stante l'orario della prova occorre arrivare e trovare sistemazione il giorno prima.
  • Questa può essere definita come la prima stazione della via crucis del candidato, la prima disasvventura del nostro moderno Odisseo.
L'esperienza talvolta e le conoscenze talaltra aiutano a trovare un luogo decoroso dove passare la notte e un locale che fornisca per la cena cibi eduli per stomaci stressati dall'attesa.
Se così non è... ci si dovrà accontentare di un riparo equivoco o squallido e di un economico fast food con cibo non propriamente di qualità.
  • Atto secondo della novella Odissea:
Durante la notte i più fortunati sogneranno domande cui sanno rispondere, gli altri si agiteranno tormantati nel sonno da inflessibili quanto tremende maestre delle elemenatari memori di qualche pagina del sussidiario che ci si era, illo tempore, omesso di studiuare.
  • Atto terzo della novella Odissea:
Ingurgitato qualcosa per colazione, ci si dirige verso il luogo fatale. Ovviamente esso non è mai dietro l'angolo ed anzi è lontanissimo da ogni forma di civiltà. Il numero minimo di mezzi da prendere è sempre oscillante tre i 4 e i 6. Sicché è più sicuro, soprattutto per le coronarie in caso di errore di linea o di direzione, prendere un taxi.
Ovviamente occorre non por mente al cospicuo costo per salvaguardare la parvenza di autocontrollo e lucidità che devono pervenire perfettamente intatte e funzionali fino al momento della prova.
E vada per il taxi.
  • Atto quarto della novella Odissea:
Trovato l'indirizzo presso cui verrà svolto il concorso (ciò viene acclarato mediante la sibillina esclamazione del tassista : " Teh, qua c'è movimento. Phò scenne, è quil concosso), ci si addentra nella selva di "hostess" e addetti che, nonostante l'inconsapevole azione di accompagnatori che disinformano e aggrovigliano ogni scibile, dovrebbero indirizzare il candidato bulimico di informazioni.
  • Atto quinto della novella Odissea:
Ora nell'immenso padiglione, dentro cui potrebbe parcheggiare un aereo di linea anche senza retromarcia, sono accampati i candidati scanditi e ordinati da file di sedie blu o nere che si rincorrono a perdita d'occhio. Qui non c'è traccia di eco... è troppo grande infatti, sembra che la voce all'interno si perda.
Ma ciò nonostante ciò sono presenti le urla, gli schiamazzi, la gente che si sbraccia da una parte all'altra dell'immobile parlando al telefono e gridando "mi vedi? MI VEDI? SOno quello che agita il braccio!".
Sarebbe da rispondergli "E ti sento pure!".
Come per Ulisse nella terra di Ogigia occorre soffermarsi e, per distogliere il pensiero ossessivo della prova, osservare la fauna (scusate la brutalità) accampata e migrante.

giovedì 26 luglio 2007

Novelli 'Odisseo' parte I

Famoso è il richiamo che la parola concorso esercita sulle menti dei disoccupati o sottooccupati.
Pertanto, l'occasione di partecipare ad un concorso è, dai più, considerata ghiotta.
Ma a tali eventi (poiché di ciò si tratta) si unisce anche il popolo dei cercatori di possibilità, nonché quello dei verificatori di capacità. Essi sono persone che, per loro motivi, desiderano misurarsi e cimentarsi sui citati banchi di prova a prescindere dalle loro effettive necessità.
Ma ulteriormente vi è un altro popolo che affolla questi eventi: gli accompagnatori.
Padri, madri, fidanzati o fidanzate, fratelli e sorelle che supportano spiritualmente il canditato; talvolta più agitati di quest'ultimo corrono a destra e a sinistra per cercare di capire e carpire informazioni per lo più inutili al loro caro.
L'insieme di tutto ciò contribuisce a creare una frizzante atmosfera di angoscia controllata (almeno per i più), di nervosismo represso, insomma sarebbe la festa di ogni produttore di ansiolitici.
Poi si aggiunga che questi eventi si svolgono in zone sperdute delle grandi città, zone percorse solo da autostrade lontane o tangenziali e sopraelevate vicine, zone in cui, se c'è una stazione ferroviaria, non ha la bigliatteria, zone in cui, quando c'è un refolo di vento, ti immagini di vedere Clint Eastwood sbucare col suo cappellaccio e i cinturoni.
Sicché la mia ultima esperienza sarà oggetto dei prossimi interventi (sempre di serie B) su questo BLOG.



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domenica 22 luglio 2007

Un minimo di struttura

Ogni lavoro ha la sua struttura. Pertanto ritengo giusto illustrare ai numerosi frequentatori la stuttura del mio "blogico".

Gli argomenti che saranno oggetto di label e di cui quindi in senso lato mi occuperò, sono:

  • Arte
  • Autore
  • Costume
  • Lavoro
  • Luoghi
  • Morale
  • Politica
  • Psicologia
  • Recensione_film
  • Recensione_fumetto
  • Recensione_libro
  • Recensione_musica
  • Recensione_spettacolo
  • Religione
  • Tecnologia
  • Varie

Ovviamente ciascuna di queste declinate con una logica personale.

Mi riservo il diritto di aumentare le categorie a mio piacimento... quando lo riterrò opportuno.