giovedì 24 luglio 2008

Hellboy the golden army - Recensione


Mi era piaciuto molto il primo episodio del "grande e grosso uomo rosso".
Avevo apprezzato molto la profondità della trama nnché i ritrovati pseudo tecnologici dal gusto retrò che esibiva.
Anche per questo secondo film ho gustato l'ambientazione e lo spirito falsamente spaccone di Hellboy. Un po' macchietta, ma quel tanto che basta, il successore di suo padre a capo della falsa FBI del paranormale.
Le armature elfiche e tutti quegli oggettini scintillanti e magi-meccanici sono magnifici e il mercato dei troll, senza nulla aggiungere di spettacolare o fantasioso è credibile e suggerisce nuove profondità e creature da sondare (inquietanti sono le "fatine dei denti" che poi tanto carine non sono...).
Affascinante la regalità del "cattivo di turno" e il suo distorto o forse alieno senso dell'onore in perfetto contrasto con quello di suo padre: ciascuno fa quello che è sua natura fare (un po' come dire che l'albero si vede dai frutti).
Spettacolare l'incontro con la Morte nella città abbandonata degli elfi.
un commento a parte merita l'arma del principe elfico: se esistesse la vorrei!
Comunque, a parte un povero elementale della natura ucciso con una pistola di nome Big Boy un po' eccessivo, la trama è abbastanza lineare talvolta appena scontata, ma si lascia guardare.
Ottimi gli effetti speciali (ad un livello maggiore rispetto a Hulk), sicuramente non noioso.

lunedì 23 giugno 2008

Hulk - Reecnsione

Nuova pellicola per il nostro mostro verde.

Il film si attiene molto al fumetto e qualcuno pertanto storce il naso. Ma le cose funzionano.

Il nostro dottor Banner cerca una cura contro l'insorgenza del suo alter ego verde, con la medicina, la chimica o la meditazione... Ma è costretto a convivere con la propria furia (verde).

A nulla o a poco serve sapere che la sua bellissima EX ragazza ancora tiene a lui.

Mettiamoci poi un "guerriero" militare che vuole il potere di Hulk, dapprima per fronteggiarlo poi ingolosito per sé.

Il Fumetto-Film-Marvel rielabora le storie della Bella e la bestia e di Frankestain. Infati Hulk col pasare del tempo è leggermente più consapevole di se e leggermente meno "bestiale".

Norton - Hulk fa il suo dovere, Liv Tyler zenza infamia e senza lode molto bravo Tim Roth antagonista dalla volontà mostruosa del nostro eroe sempre sulla cresta dell'onda.
La trama ovviamente molto prevedibile :)


Carino

venerdì 20 giugno 2008

Identità

La vita è fatta di incontri.
Di scambi di attenzioni, di litigi, di affinità affettive o cognitive. C'è qualcosa di quella persona che abbiamo incontrato che non ci piace oppure che ci piace.
insomma QUELLA persona è proprio ....
Come??
Possiamo possiamo dire che sia simpatica oppure allegra, o ancora è particolare, ecc.
Ma cosa rende quella persona quella persona?

Non lo so.

Ci sarà capitato di incontrare una persona, conoscerla diventare suo amico, poi (noi diciamo) lui è cambiato, ma nonostante questo siamo rimasti amici.

Forse vuol dire che la qualità che riconoscevamo in quella persona è rimasta e che quindi il cambiamento ha interessato il predetto ha agito su un aspetto che non ci colpiva, cui non davamo peso?
Se così fosse l'identità di quella persona non risiedeva in quella qualità. E quindi non risiede in nessuna qualità.

Allora in cosa risiede?
Ritengo invece doveroso fare un'altra precisazione e mi domando se l'identità è una sorta di aggregato delle qualità attualmente presenti nella persona ("persona" che a sua volta sarebbe una qualità dell'aggregato stesso -cfr. Mach-)

Non credo.
Cosa è il nocciolo dell'identità?

Non penso sia una sorta di commistione tra genetica e storia personale. Troppe falle in questa teoria smentita di fatto per ogni parto gemellare.
Non è quindi una sciarada deterministica.
Non penso neanche che per far emergere il concetto di identità sia necessaria l'autocoscienza, poiché anche quando una persona dorme o ha uno stato psichico alterato rimane a godere della propria identità.
A dimostrazione di ciò basti pensare e ragionare sul vocabolo "idiota". Lo si attribuisce spesso a chi reputiamo privo di qualche rotella ed effettivamente, ma non solo, poiché sentiamo in egli una caratterizzazione così elevata che la sua "identità" coincide con la sua particolarità.

Allora forse l'identità come orpello della propria autocoscienza, oppure identità come unicità non storica o genetica o culturale della propria esistenza, l'identità come univocità di comportamenti (esteriori e interiori) risiede altrove.

L'unico pensiero che riesco ulteriormente a sviluppare è che tale identità, pertanto, ci è abbondantemente fornita da quanto più ci unisce: l'esistenza soprattutto nella sua migliore accezione la vita.



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mercoledì 28 maggio 2008

Indiana Jons e il regno del teschio di cristallo - Recensione

Questo film era atteso da tanti fans del mitico frusta e cappello Indi!
L'attesa però eè stata delusa, infatti il film non mi è piaciuto.

La trama scarna e risibile, a parte Indi sempre all'altezza, era popolata di personaggi macchietta, stereotipi triti e ritriti:
la fredda e spietata scienziata capello nero occhio azzurro Cate Blanchet,
il figlio di Indi tanto James Dean quanto Fonzie,
l'amico di Indi il professore scomparso risulta una brutta copia di Panoramix quando perde il senno con tanto di balletto.

Inoltre non mi sono piaciute per niente le luci sempre finte e di taglio sugli occhi dei protagonisti.


Ulteriormente vengono presentate alcune situazioni che sono un insulto allo spettatore pure con la sospensione dell'incredulità parecchio allenata una tra tutte:

SPOILER
come cavolo fa indiana a sopravvivere all'esplosione di una bomba atomica nascondendosi dentro un frigorifero che tra l'altro viene lanciato a chilometri di distanza dall'onda d'urto.... Eh dai!!!


Le cose che mi sono piaciute sono le classiche trappole pseudo archeologiche con sabbia che scivola via, pietre cascanti o rotolanti corde nascoste e e pesi e contrappesi ingegnosi...

Il resto è delusione..

lunedì 19 maggio 2008

Arte?

Talvolta ci si trova difronte a opere che vengono definite artistiche, di gran pregio, o mirabili, ecc.
Purtroppo però io in certe occasioni vedo soltanto ruote di biciclette dentro muri sospesi o secchiate di colore su stoffe improbabili, ecc.
Ma solo raramente percepisco qualche emozione o significato che dall'opera riesce a colpirmi, a toccarmi o almeno a sfiorarmi.
Mi avevano detto che l'arte è un linguaggio universale un po' come la musica che tutti accoglie, raccoglie e distoglie dalle brutture intorno oppure le veicola rendendole più efficaci e più vere e presenti in ragione dell'intento del compositore, almeno negli strati più superficiali.
Ora, quindi, devo arrendermi all'evidenza, e sembra possibile solo una soluzione: o l'ARTE non è universale oppure non ho gli strumenti culturali per comprenderla.
Sicché nella prima ipotesi siamo di fronte ad un mondo in cui non esiste l'ARTE ma un'infinità di modi diversi di dire "cose" che a questo punto risultano intrinsecamente meno interessanti e coinvolgenti proprio perché non universali; oppure nella seconda ipotesi siamo di fronte ad un'ARTE che necessita di una precisa preparazione culturale conforme (necessariamente) a quella del creatore: il risultato quindi è la comprensione dell'opera solo se il fruitore è culturalmente compatibile o comprende l'autore.
Allora il mondo è davvero più brutto!

MA forse invece siamo soltanto preda delle mode tanto vestiarie quanto artistiche! Per cui è plausibile che l'ARTE esista ancora e sia ancora universale, solo che (al fine di monetizzarla) conviene incanalarla sulle strade (forse becere) della moda e del costume.

Potrebbe sembrare che allora questo manifesti ancora un vota come l'arte non sia davvero universale, tuttavia una cosa è dimenticare la bellezza (esistente) una cosa è attribuirla (non esistente) ad accrocchi più o meno elaborati.

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lunedì 5 maggio 2008

Iron Man - Recensione

Sara dixit:

<<Non ci si mette molto a immedesimarsi nei panni di Tony Starker.. e non mi riferisco certo ai panni di uno sbruffone alcolizzato, giocatore d'azzardo e sciupafemmine (o meglio, non solo a quelli).

Già, la bellezza di IRON MAN è infatti la repentina trasformazione del protagonista nell'eroe stesso, provocando nello spettatore la sensazione di essere li con lui che svolazza sui tetti di Malibu, rischia di schiantarsi, si costruisce il suo prototipo, prova la potenza dei suoi lanciafiamme.

Stupisce come un film che nasce per celebrare uno dei tanti blasonati eroi di Stan Lee (presente, come sempre nei film che ritraggono eroi Marvel, con un suo cameo) sia in grado di far immedesimare nei panni del protagonista in modo assoluto, forse quasi come leggere il fumetto.

Merito del personaggio e delle vicende che vive, certo. Ma in buona parte anche degli effetti speciali strabilianti e, se vogliamo, stranianti che popolano la pellicola.

Non sono, purtroppo, una true believer, come ama definire Lee i suoi lettori affezionati, ma conosco

un po' gli eroi della Marvel.

Sono controversi, insicuri, combattuti: in una parola, umani. Uno su tutti l'Uomo Ragno che mi è sempre stato simpatico - nel senso etimologico del termine - grazie a suoi sensi di colpa.
Ebbene, a differenza di Peter Parker o dei fantastici 4, Iron Man mi è piaciuto perchè non si tratta di salvare il mondo o di sfruttare un grande potere e sopportare le grandi responsabilità che comporta: mi ha intrigato perche' nasce dall'abilità e dall'intelligenza (una volta tanto non utilizzata per portarsi a letto un'odiosa giornalista/velina di Vanity Fair) del nostro eroe, e dalle applicazioni che ne ha fatto. Sempre di fantasia si tratta, ma conforta pensare che un uomo possa cambiare e perseguire degli ideali con le sue sole forze, esattamente come una persona reale!



Concludendo, lodevole e all'altezaz il mio mitico Robert Downey Jr, che ho sempre amato e ammirato, grandioso in questa sua interpretazione! quanto a Gwyneth Paltrow, che impersona l'algida e ironica assistente innamorata di Starker: è brava, carina e anche simpatica, una volta tanto!>>

venerdì 2 maggio 2008

Gli Ultimi Guardiani - Recensione

Aspettavo l'uscita di questo libro. O meglio speravo che l'autore ne pubblicasse un altro.
Ho letto i precedenti (i Guardiani della Notte, I Guardiani del Giorno, I Guardiani del Crepuscolo) e mi sono sempre piaciuti molto.

Unire Mosca odierna e Edimburgo o Praga con storie millenarie di maghi e vampiri non sembra un'idea originale, invece l'autore riesce mirabilmente a renderla irresistibile (almeno per il sottoscritto).

Aver seguito il protagonista Anton Gorodeckij nelle altre sue avventure, ovviamente aiuta, ma c'è sempre qualcosa da scoprire che è appena oltre l'angolo dell'occhio.

Gli intrighi tra Tenebre e Luce, tra Patto e Grandi Maghi continuano a susseguirsi e a capovolgere l'ottica con cui vengono lette le vicende e la storia.

L'originalità quindi non è tanto nell'idea sottostante quanto nell'evoluzione e nella preparazione narrativa.

Uno stile asciutto, in questo libro quasi sempre in prima persona, permette una maggior partecipazione e immedesimazione col personaggio che spicca solo per acume non per coraggio o fascino.

In poche parole bello e consigliata tutta la saga di Sergej Luk'janenko.

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lunedì 28 aprile 2008

Intenti

E' fastidioso incontrare connazionali che all'estero perseguono l'unico scopo, forse enigmisticamente ma non enigmaticamente, di cambiare in prima persona accento durante il
loro soggiorno.

venerdì 18 aprile 2008

Scoprirsi

Noi Italiani, diciamolo, abbiamo i polmoni e la bocca piena, per altro a ragione, di orgoglio e prosopopea dei vanti del suolo e del popolo natio.

Possiamo dire senza ombra di essere smentiti che discendiamo da un popolo che grande fra i grandi ha conosciuto (in tutti i sensi) e dominato praticamente su quanto era possibile dominare.
Tuttavia dopo tanta magnificenza, capacità di rendere proprio o di rielaborare patrimoni culturali altrui, capacità di assoggettare monti, valli, acque, fuoco, sapienza nel piegare il caos con arguzie, ragionamenti, drittura e audacia, tuttavia si diceva, anche per loro è venuto il momento in cui la storia (che fino a quel momento avevano guidato) ha cambiato regia.
Ma i loro eredi hanno creato i comuni, le prime università, per non parlare del Rinascimento, che forse con un po' di immodesta possiamo definire l'Arte.

Sicché, per noi che viviamo in Italia, oggi sembra banale tutto questo, passeggiare per piazze che sono state concepite da architetti mirabili, o adattate da geni assoluti, osservare decorazioni di una precisione e senso artistico micidiali, godere dell'armonia e del gusto dei nostri centri storici.

Per altri riuscire ad ottenere gusti simili a quelli cui non siamo (o dovremmo essere) avvezzi e che la storia distilla è frutto di faticosi anni di studio e applicazioni.

Inoltre questo 'spirito guerrier ch'entro CI rugge' si è palesato in altri modi, non solo nel dominare, gestire, apprendere e plasmare quanto i sensi offrivano, ma proprio nell'anelito di conoscere quanto invece ci era precluso. Non per niente eravamo un popolo di navigatori ecc...

Ora, con queste un po' grossolane e indulgenti premesse, paremi che molto di ciò che caratterizzava i nostri avi sia venuto meno. Il Marco Polo della situazione, punto di riferimento ed esempio di viaggiatori e amanti dell'incontro con altre civiltà, è diventato Palo fisso nella volontà di non allontanarsi da terreni battuti (fisici e non) per ridurli a comprensibili e dominabili.

Mi sembra che oramai il viaggio, soprattutto fisico, resti sempre più strumento di fuga o ristoro (per altro quest'ultimo certamente non biasimevole) e non scelta di apprendimento.

Il viaggio (o l'approfondimento) come categoria dell'Uomo si è perso; è diventato, invece, categoria della fruizione, del divertimento, manifestazione dell'immobilismo.
Ciò che arricchiva dentro, ora impoverisce non solo fuori.
L'anelito, la scintilla verso il di più inteso come meglio ora è diventato miseramente appetito verso il più nel senso di maggiore.

Talvolta i viaggi o i progetti delle persone sembrano avere l'unico scopo di far restare a casa la parte nobile dell'uomo.

Pertanto, un po' Cassandra, un po' Brancaleone, un po' Rustichello da Pisa spingo al meglio per incentivare, per invogliare, per spronare (anaforicamente e non metaforicamente) a mantenere caratteristiche che geneticamente ci appartengono, me e i miei lettori.

Quindi spero di aver mostrato (sicuramente in modo approssimativo ed indegno), come anche un viaggio attraverso un foglio bianco, uno schermo vibrante e vuoto, una sera silenziosa, ma ticchettante di pioggia, possano manifestare audacia, arguzia e ragionamenti, intesi come percorso nell'ignoto, scoperta autentica e appropriato ristoro.

Ad majora!


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mercoledì 16 aprile 2008

Pulizia

Inizio a credere che la mia città non sia così pulita come credo.
Inizio a credere, invece, che i cittadini riescano a sprecare grandissime quantità di cibo per le strade.
Si solo per le strade.
Forse a causa del fatto che non mi è mai stato necessario cercare questi rifiuti, non ha mai prestato l'eventuale adeguata attenzione a questo tipo di problemi.
Pertanto evidentemente la mia città è una bengodi di cibo e trastulli per animali.

Ma a dire tutta la verità quanto ho affermato è solo una deduzione.
Purtroppo bruciante e un po' caustica sebbene in prima facie avvalorata dai fenomeni suddetti.

Infatti oggi ho incontrato per la città una quantità di sfaccendati, e purtroppo maleodoranti (non metaforicamente), maleducati (nella migliore delle ipotesi), volgari, cafoni che bighellonavano in cerca di meta.

Le attività cui ho assistito messe in atto da ragazzini sui vent'anni, e ansiosamente tutte questa sera, andavano dal tampinare e proporre buffonescamente avances a signore che potevano essere loro nonne, sputare reciprocamente sui tranci di pizza che avevano in mano, non permettere di parcheggiare ad un paio di ragazze che tornavano a casa dopo essere state in azienda, rompere bottiglie di birra e mettere i vetri sotto le ruote di macchine parcheggiate.

Il tutto da gruppi diversi di ragazzi.

MI spiace proprio che non ci siano più tanti zoo, le gabbie hanno il loro perché.


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